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sabato, giugno 04, 2011

Le oche del campidoglio: dalla pietra alle piume

Un giorno ricevo un'email da una sconosciuta (è il bello di tenere un blog) che mi chiede gentile, ma perentoria, notizie di un bassorilievo con le oche che ho pubblicato nel post sulle oche del Campidoglio.
Mi rendo così conto con mio disappunto di quanto io sia stata superficiale. Mi sarebbe piaciuto rispondere alla domanda, ma mi ero limitata a prendere un immagine che era attinente al mio testo senza chiedermi che cosa fosse.
Cinque mesi dopo arriva la risposta dalla stessa Antonella che nel frattempo si era trasformata in segugio alla caccia delle oche. Ha smosso tutte le sovrintendenze di Roma, ma alla fine ha scoperto dove fosse custodito il bassorilievo.
Il bassorilievo è nel museo di Ostia Antica.
Come mai tanto interesse per le oche di pietra?
Il mistero è stato svelato:

Questa oca di carne che nasce dalle oche centenarie di pietra è l'immagine della nuova campagna di Italia Nostra.
Trovo questa immagine stupenda. Brava Antonella!
e non è tutto.
Nel corso del nostro carteggio (non c'è carta, ma mi piace la parola), Antonella mi rivelò di essere Nonnapapera anche lei, la foto qui sotto lo testimonia.


Il post finisce qui. Per ora.
Perché sui piumini da cipria della foto qui sopra c'è invece moooolto da raccontare.
Non perdetevi la prossima puntata!

lunedì, novembre 08, 2010

Le Oche del Campidoglio

Se le oche non fossero state sacre a Giunone oggi a Roma si si direbbe oui?
Estremizzando lo si potrebbe affermare!
La storia delle oche del Campidoglio è noto a tutti: le oche, ottimo animale da guardia, si misero a starnazzare furiosamente quando nottetempo un manipolo di Galli (uomini, non polli) stava per entrare ne Campidoglio assediato.Lo starnazzare avvertì del pericolo l'ex Console Marco Manlio e gli altri i romani assediati., che così poterono respingere l'attacco in attesa dei riforzi.

Roma - bassorilevo oche del Campidoglio custodito nel museo di Ostia Antica

Ma perché in una città assediata, ridotta alla fame le oche non erano state fatte arrosto, come tutti gli altri animali commestibili?
Perché erano sacre alla dea Giunone, e quindi intoccabili (come le vacche in India per gli indù).
Bella fortuna per le oche e per i romani!

Roma - fontatana di Giunone

Aggiornamento successivo al commento di Ross che ringrazio per le segnalazioni
Metto qua il video con la canzonincina dello Zecchino d'oro Le oche del campidoglio, in modo da dargli più visibilità.
A proposito di visibilità spero che lo possiate vedere tutti. Io, per esempio, dall'ufficio vedo solo una scritta in inglese che dice che su quella canzoncina infantile Sony ha dei diritti, quindi nisba oche del Campidoglio a ufo via Youtube.


Confesso che non sapevo neppure che esistesse.

Chi di voi è riuscito a vederla?

domenica, febbraio 21, 2010

il paese delle oche


In Romagna quelli di Castel Bolognese erano noti come gli abitanti del "paese delle oche". Era infatti possibile incontrare dappertutto branchi di oche che si aggiravano dinoccolate e buffe per le strade del paese, nei grandi prati dei Cappuccini e della Filippina, lungo le fosse a ridosso delle vecchie mura, ove il Municipio permetteva che si facessero tanti stalletti di legno per accoglierle.
In realtà l’allevamento delle oche era per gli abitanti di Castello una delle industrie più redditizie, soprattutto per tante donne povere, che si ingegnavano nell’allevare sia le oche dette sementine sia quelle da ingrasso. Le prime venivano nutrite per la riproduzione, le seconde venivano macellate con l’arrivo dell’autunno e la loro carne veniva venduta nei vicini mercati di Faenza, di Imola e di Lugo, dove le donne di Castel Bolognese tenevano un vero e proprio monopolio. Ricercatissimo e costoso era il piumino che si ricavava dalla spennatura, mentre l’abbondanza delle uova chiare consentiva a tanta povera gente di alimentarsi con molto risparmio.
Le oche erano entrate a far parte del folclore castellano ed offrivano spesso lo spunto ai forestieri per additare scherzosamente i castellani.
Un anonimo verseggiatore faentino di Borgo Durbecco, animato da spirito sanfedista, racconta in versi berneschi, sotto il titolo di "Bambocciata", la rivoluzione liberale faentina del 3 febbraio 1831, prontamente soffocata dall’Austria. L’arrivo degli insorti era così descritto: "...

ecco dunque per primi i Bolognesi
e quindi gli Imolesi
seguiti bel bello
dai padroni dell’oche di Castello,
molti dei quali, e pare i più bravoni
avean per armi assai lunghi bastoni".

E il poeta Giosuè Carducci, pure colpito dallo spettacolo delle oche castellane, scrisse in una pagina di "Levia Gravia": "...la voce era come d’un coniglio che zighi e le penne come d’un ‘oca cui un industre paesano di Castelbolognese abbia alleggerito del bianco mantello".
In uno dei giorni di carnevale del 1872 venti maschere che imitavano le oche, nel numero corrispondente a quello dei consiglieri comunali, sfilarono per le strade del paese. Quando raggiunse la residenza municipale, la spassosa mascherata intonò un canto satirico:

«Vo’ cantarvi la canzone
delle oche e dell’ocone,
che hanno offeso il podestà
per gridare quà, quà, quà...
Non è ver che sia immune
il palazzo del Comune,
perché l’oca v’entra già
e vi strilla quà, quà, quà...".

Furono forse le conseguenze di quella mascherata, commenta ironicamente il nostro Bacocco (Giovanni Bagnaresi), più di quelle del progresso, che aprirono fin da allora la crisi della fiorente industria delle oche di Castello. Un’industria ora del tutto scomparsa alla pari di altre attività, quali la filatura della canapa e l’allevamento dei bachi da seta, che consentivano soprattutto alle donne di sopperire ai modestissimi guadagni dei mariti. Allora persino la raccolta dei fiori dei tigli, di cui tutto il paese era adorno, costituiva una risorsa non indifferente per tanta povera gente. Poche erano le famiglie benestanti e le condizioni dei contadini non erano molto diverse da quelle dei braccianti, facchini, selcini, canapini, artigiani e piccoli commercianti, che rappresentavano la maggior parte della popolazione urbana. Il paese non era stato ancora invaso dall’industria moderna e non aveva ancora subito i profondi cambiamenti che l'hanno trasformato nell'attuale Castello.

Tratto da: "Castelbolognese nelle immagini del passato. -Imola: Galeati, 1983."

martedì, novembre 10, 2009

Le oche e San Martino


L' 11 novembre, è la Festa di San Martino, vescovo di Tours nel IV secolo, uno dei santi più celebri fin dal Medioevo perché a lui sono connessi tanti detti, proverbi, riti, usanze e tradizioni gastronomiche in molti luoghi dell'Europa.

Uno di questi riguarda per l'appunto le oche:

Secondo un detto lombardo: "Per San Martino castagne, oca e vino!".

Un'usanza, quella di mangiare l'oca, da rispettare per avere fortuna, come ci ricordano i Veneti: "Chi no magna l'oca a San Martin nol fa el beco de un quatrin!".

Ma perché l'oca viene mangiata per la Festa di San Martino?

La tradizione si ispira a una leggenda: era l'anno 371 quando san Martino venne eletto per acclamazione vescovo di Tours in Francia, lui però si nascose in campagna perché preferiva continuare a vivere come semplice monaco. Ma un storno di oche rivelò con le sue strida il nascondiglio del santo agli inseguitori e così dovette accettare e diventare il grande vescovo che poi è stato.

Un'altra interpretazione più sensata afferma invece che siccome le oche selvatiche migrano verso sud all'approssimarsi dell'inverno, ai primi di novembre è facile cacciarle e dopo, naturalmente, cucinarle. Forse per questo si afferma che: "Oca e vino, tieni tutto per San Martino".

In ogni modo la scelta del grasso volatile come cibo tipico della festa di San Martino non è casuale perché dietro la popolare usanza gastronomica si celano vestigia di antiche credenze religiose che deriverebbero dalle celebrazioni del Samuin Celtico: l'oca di san Martino sarebbe dunque una discendente di quelle oche sacre ai Celti, simboli del Messaggero divino, che accompagnavano le anime dei defunti nell'aldilà. Per questo in tutti i Paesi dove la religione celtica era più radicata vi è ancora oggi la consuetudine di mangiare l'oca proprio in questi giorni, a partire dal giorno di Ognissanti, come ci rammentano alcuni versi del Tassoni:

E il giorno di Ognissanti al dì nascenteognun partì de la campagna rasae
tornò lieto a mangiar l'oca a casa
.

In Boemia, non solo si mangia l'oca per San Martino, ma se ne trae l'oroscopo per l'inverno: se le ossa sono bianche, l'inverno sarà breve e mite, se scure è segno di pioggia, neve e freddo.

Gli svizzeri, l'11 novembre, la mangiano ripiena di fette finissime di mele; mentre in Germania la si riempie di artemisia profumata, mele, marroni glassati col miele, uva passita e le stesse interiora dell'animale. Dicono i tedeschi che l'oca perché sia veramente buona deve provenire dalla Polonia o dall'Ungheria (patria di san Martino che era nato nell'antica Pannonia).

In Italia i pranzi a base d'oca nei giorni di San Martino, sono tipici soprattutto del nord: Friuli, Veneto, Lombardia e Romagna. All’antica "Sagra dell'Oca" di Morsano al Tagliamento, in provincia di Pordenone per la “Cena di San Martino” viene servito un intero menù a base d'oca. Mentre in provincia di Pavia, a Mortara, detta "la città dell'oca" c'è persino un salame d’oca detto anche “salame ecumenico”, perché d’origine ebraica, prodotto con il metodo Koscher.

La ricetta tipica della Padania più diffusa per San Martino è il "bottaggio", simile alla "casoeuola" lombarda: nell'oca così preparata la freschezza e la fragranza della verza attenua l'intensità del suo sapore un po' dolciastro.

Una curiosità: nella cucina tradizionale romana non vi sono ricette per cucinare l'oca, forse per ancestrale riconoscenza dei Romani verso questi volatili, simbolo di fedeltà e vigilanza. D'altronde le oche che sorvegliavano il tempio della dea Giunone al Campidoglio riuscirono a salvare il colle dall'invasione dei Galli nel 390 a.C. dando l'allarme con le loro strida!

Tutte queste notizie le ho tratte dal blog Marinacepedafuentes.com Seguite il link per trovare una montagna di informazioni su San Martino e tanto altro.

venerdì, novembre 06, 2009

Sagra dell'oca



A Morsano al Tagliamento in provincia di Pordenone tutti gli anni a novembre (mese odiato dalle pennute creature) si svolge la Sagra dell'Oca. Seguite il link per leggere il programma di quest'anno che si svolge dal 6 al 22 novembre.
La famosa Cena dell'Oca è -ovviamente- per S. Martino (11 novembre).
Per maggiori ragguagli sul mio ovviamente andate a leggervi il post dell'11 novembre

martedì, giugno 16, 2009

Papere celtiche

Presso i celti era molta diffusa l'usanza di rappresentare forme animali, infatti gli animali, domestici o selvatici, occupano un posto di rilievo nella religione celtica.
I Celti credevano che gli animali fosseero il legame tra il mondo terrestre e quello sovrannaturale. Questa concezione rimase attuale sino all'inizio dell'era cristiana.
Si possono trovare manoscritti, sculture in pietra o fusioni in bronzo di figure animali.
Difficilmente la rappresentazione è realistica, di solito si tratta di immagini schematiche o deformate: code divise in tre parti, teste enormi, arti lunghissimi... Questo modo di rappresentare le figure lo ritroviamo già nella Gran Bretagna dell'Età del Ferro.
Nei testi mitologici o epici di Gallia e Irlanda non viene mai fatta menzione della papera, il più delle volte è confusa con il cigno
Per cui è difficile risalire a un particolare significato simbolico. Tuttavia, si trovano rappresentazioni di papere sugli oggetti celtici dell'epoca della Tène, si è quindi portati ad assegnare alla papera lo stesso significato attribuito al cigno:

Cigno

In Irlanda era considerato come l'uccello dell'Altro Mondo.

In realtà, secondo Guyonvarc'h, tutti gli uccelli sembravano appartenere al sid, ma il cigno appariva molto più frequentemente degli altri, infatti era l'la rappresentazione più diffusa dei messaggeri dell'Aldilà.

I cigni sono raffigurati spesso in coppia, spesso una catena d'oro o d'argento li unisce per il collo.

Su molte opere d'arte celtiche sono riprodotti due cigni su un lato della barca solare, con il compito di accompagnare il defunto nel suo viaggio attravero l'oceano celeste.

Venendo da nord, o ritornandovi, i cigni simbolizzavano lo stato superiore (angelico) dell'essere che in quel momento stava ritornando verso il Principe supremo.

Sul continente spesso i cigni venivano confusi con le gru o con le oche, questo, secondo Cesare, avrebbe spiegato la proibizione, di mangiare carne di gru e di oca dei Bretoni.

Presso i Celti il cigno era un simbolo di purezza, di regalità, di luce e di femminilità. Veniva associato all'amore. Quindi era sacro e intoccabile.

Etaine III et Mider il re del Mondo Invisibile si trasformarono in cigno per sfuggire alla collera del re Eochaid.




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giovedì, marzo 20, 2008

78 e non li dimostra


Si tratta di un oggetto di antiquariato.
Siamo in Germania, negli anni 30, un ignoto artigiano crea questa paperina gialla dal corpo cavo. Un regalo pasquale, la sorpresa non è nell'uovo, ma nel corpo della papera.

Staccate il collo e la troverete.
Presumibilmente si trattava di un portadolci. non mi pare un manufatto particolarmente di pregio, il colore ricorda più un limone che non una papera, e anche l'espressione del muso non mi piace molto. Trovo invece apprezzabile la posizione del corpo, specialmente vista da dietro
in ogni caso i 75$ che chiedono io non ce li spenderei!

sabato, marzo 01, 2008

Gioco dell'oca

Mentre mi scervellavo per scrivere il precedente post mi sono imbattuta in una notiziola paperesca che vi scodello subito, anche se manca ancora qualche mese all'evento.
Un ridente e antico paesino sui colli, alle spalle di Cattolica in provincia di Rimini, ogni anno ad agosto rievoca i fasti di quando i Malatesta e i Montefeltro sancirono finalmente la pace dopo un interminabile periodo di dispute.
A Mondaino si ritorna di colpo indietro di 5 secoli, e per quattro giorni

le contrade de lo borgo, castello, contado et montebello se disfidano ne li giochi et governano le taverne per lo conforto de li voti stomaci et de le gole arse. Ne le vie se trovano bancarelle et botteghe con le cose de tutte le arti e li mestieri et musici, cantori, giocolieri, danzatrici et altri spectaculi a dare alquanta gioia che est cibo giusto et salutare de l’anima e de lo corpo et parte bona de la vita.
E questo cosa c'entra con le papere? C'entra, c'entra!
Per conquistare il palio le contrade devono superare diverse prove, la prima delle quale è:

la “Corsa delle Oche”, un concentrato di fortuna e destrezza che impegna un giocatore per contrada.

Prima della gara tramite sorteggio, viene assegnata a ogni contrada un’oca alla quale i contradaioli mettono le insegne e i colori: gli animali non sono addestrati e non conoscono il loro conduttore.

Al momento del via le oche devono essere spinte lungo il percorso di via Roma per arrivare per prime al traguardo di Piazza Maggiore, i conduttori però possono usare solo la loro voce e il battito delle mani e in nessun modo toccare l’animale.

La vittoria nella corsa delle oche dà alla contrada vincitrice il privilegio di scegliere per prima le postazioni di gioco per il vero e proprio Giuocho de lo Palio.

Una specie di gioco dell'oca dal vivo.A guardare la foto pare che le oche non siano contente di partecipare.
i virgolettati sono tratti dal sito cattolica.info

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